Movimenti intervallari circolari

 

 

Il modo in cui noi immaginiamo essere strutturata la musica sicuramente influenza quello in cui componiamo, improvvisiamo e più in generale la percepiamo.

Il fatto che la musica occidentale si sia sviluppata a partire dal XVII secolo intorno al concetto di tonalità ha influenzato in modo tanto profondo la nostra cultura da far si che tuttora, nonostante un XX secolo ricco di sperimentazioni, consideriamo la musica costruita intorno a questo principio come la più immediata, semplice e facilmente percepibile.

Che ci debba quindi essere una nota predominante, fondamentale, e che su questa si possa sviluppare in direzione verticale verso l’alto un’armonia che possa poi avere un ulteriore sviluppo orizzontale determina una prassi compositiva e una forma della musica ben determinata nella sua visione spaziale e nella sua distribuzione delle altezze.

Che si possano creare e utilizzare sistemi alternativi per creare geometrie armoniche e melodiche e che questi possano essere validi e fertili da un punto di vista creativo ed espressivo è ormai un dato consolidato della musica contemporanea.
Una visione geometrica della composizione musicale non è un accessorio intellettuale della musica di ricerca occidentale, infatti in molte musiche extra europee o nella musica antica l’elemento geometrico, numerico e astratto è fondamentale e talvolta fondante.

L’idea della presenza di una nota fondamentale trova comunque fondamento nella costituzione fisico-acustica di un’onda sonora e risponde quindi a un’esperienza percettiva concreta lì dove ogni suono è composto da un’onda fondamentale e da una serie di armonici superiori di inferiore intensità.
Si può però utilizzare l’idea della predominanza di una certa altezza sulle altre in diversi modi. Ad es. considerando una nota come asse di riferimento intorno al quale si può sviluppare il materiale in direzione verticale sia verso l’alto che verso il basso, secondo un principio di simmetria, rispetto al solo sviluppo verso l’alto della musica tonale.

Un artista che ha sviluppato in modo originale e organico questo concetto è il sassofonista Steve Coleman. Intorno a questa intuizione, che ha comunque radici lontane anche nella musica europea, ha elaborato una personale idea dello sviluppo melodico e armonico, che si riflette sia nelle composizioni che nelle improvvisazioni.

http://m-base.com/essays/symmetrical-movement-concept/

Un altro concetto interessante e argomentato in modo originale da parte di Coleman è quello del movimento del materiale melodico improvvisativo. Le linee disegnate dal fraseggio del grande sassofonista Charlie Parker, soprannominato non a caso Bird, vengono paragonate a quelle di un uccello in volo. Coleman, partendo da questa analogia, sostiene di essersi ispirato invece al volo irrequieto e rapido delle api.

Negli ultimi anni ho avuto modo di sperimentare l’utilizzo nell’improvvisazione di un numero limitato di intervalli.
Ogni intervallo ha determinate proprietà e si rapporta con l’insieme cromatico in modo peculiare: la quarta aumentata lo divide in due sezioni perfettamente simmetriche, il tono in sei, la terza minore in quattro, la terza maggiore in tre, la quarta e il semitono in dodici.
Gli intervalli complementari, quinta, sesta e settima godono delle stesse proprietà dei loro reciproci.
Ne deriva che il semitono, la settima maggiore, la quarta e la quinta sono intervalli estremamente fluidi e dinamici, mentre la quarta aumentata è l’intervallo più statico. Non mi riferisco qui alla caratteristica timbrica dell’intervallo, il cui colore è qualcosa di diverso, e il cui effetto alle volte non può essere considerato a prescindere del contesto armonico in cui viene utilizzato, ma alla capacità dinamica dello stesso rispetto al totale cromatico.

Se è facile valutare lo sviluppo di un singolo intervallo la faccenda diventa più complessa quando si considerano le combinazioni tra due intervalli, alternati in modo regolare. Il totale delle combinazioni possibili è 30, sempre considerando gli intervalli dalla quinta alla settima riconducibili ai loro complementari di ampiezza inferiore.

Due intervalli che si alternano in modo equilibrato in direzione verticale generano una successione che è determinata dalla somma dei due. Una seconda minore alternata a una maggiore ad es. genera una terza minore, creando una progressione a terze minori che divide l’ottava in quattro parti uguali, generando una scala ottofonica diminuita.

Diverso e interessante è il processo nel caso in cui due intervalli siano alternati invertendo la direzione a ogni coppia di note. Si genera in questo modo un movimento circolare che riporta sempre al punto di partenza, anzi se lo visualizziamo graficamente il movimento è una sorta di strano anello, quasi un nodo (fig. 1).

Possiamo considerare i nostri intervalli come due vettori bidimensionali il cui valore è determinato dall’ampiezza dell’intervallo e dalla direzione verso l’alto o il basso.
In matematica il vettore è un elemento quantitativo (l’intervallo) che possiede un verso direzionale (alto o basso), in questo caso monodimensionale visto che un’altezza può muoversi solo lungo un asse.
Dei due intervalli il primo (le note c-d nella fig. 1) possiamo definirlo vettore caratterizzante e il secondo (d-c# fig. 1) vettore traspositore. Con il primo infatti stabiliamo il primo passo, la lunghezza del nostro primo anello, con il secondo stabiliamo la distanza con la quale trasportiamo questo intervallo. Completando il nostro processo con una seconda maggiore verso il basso (c#-b) e una seconda minore verso l’alto (b-c) completiamo il nostro primo ciclo.

Il processo essendo perfettamente equilibrato dal punto di vista degli intervalli (i vettori si annullano) riconduce in modo circolare la frase al punto iniziale.

Possiamo fare un ulteriore passo considerando come sviluppare questa idea circolare.
La prima frase vedeva la successione di un vettore positivo, due negativi e uno positivo. Ora possiamo modificare questa sequenza con due vettori positivi e due successivi negativi.

Le due cellule in sequenza generano il frammento della fig. 2, dove è interessante osservare che le due cellule hanno in comune le prime due note, ovvero il primo intervallo caratterizzante, che diviene l’asse di equilibrio della nostra frase.

Estendendo questo processo spostandosi di un intervallo traspositore, vista l’alternanza degli intervalli, si otterranno una serie di frasi circolari inanellate le une con le altre. Interessante osservare che ogni doppio anello si trasla verso l’alto con una proporzione che è il doppio del valore del vettore traspositore.
In questo caso il risultato sarà un tono, generando quindi complessivamente una progressione a toni interi (fig. 3).

Nella discesa il processo si inverte. La successione dei vettori sarà positiva, negativa, negativa, positiva. A questo succederà una successione positiva, positiva, negativa, negativa. In questo modo l’asse si sposta dal primo intervallo caratterizzante al secondo.

Questa frase ha quindi la proprietà di alternare in modo circolare tono e semitono, con una progressione di toni interi ascendenti e discendenti.

Ora possiamo osservare la nostra successione di intervalli dal punto di vista delle classi di insiemi che esprime.

Nel mio precedente articolo ho analizzato per sommi capi la metodologia che consente di estrapolare questi valori: http://www.nicolafazzini.com/wp/?p=158

Il primo anello è riconducibile all’insieme 4-1 (0,1,2,3) [3,2,1,0,0,0].
Con l’aggiunta del secondo si ottiene l’insieme 5-1 (0,1,2,3,4) [4,3,2,1,0,0].

Questa successione di anelli tono/semitono esprime una progressione di toni, ma nella sua natura intervallare esprime un’evidente prevalenza dell’intervallo di semitono. Interessante osservare una curiosa analogia dove il codice che esprime la successione delle altezze è speculare a quello degli intervalli contenuti.

Questo fraseggio è per me particolarmente interessante proprio per la sua capacità circolare e la possibilità di legare gli intervalli in modo fluido e invertire la direzione delle frasi mantenendo un equilibrio tra sviluppo orizzontale e verticale dell’improvvisazione.

Se qualcuno trova che questo sia troppo matematico o astratto, provi a suonare la frase per intero e a sviluppare questa idea utilizzando altri intervalli e si ricrederà!

Bibliografia e Link:

Persichetti Vincent, Guerini Scientifica (2009) – Armonia del ventesimo secolo

Levy Ernst, Sigmund Lavarie (1985) – A Theory of Harmony

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Insiemi e classi di altezze per l’analisi, la composizione e l’improvvisazione jazz

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Insiemi e classi di altezze per l’analisi, la composizione e l’improvvisazione jazz

 

“La filosofia analitica è simile al panno per pulire gli occhiali, ossia ci si vede meglio ma non affronta le grandi questioni” (H. G. Gadamer)

Il Novecento è stato un secolo ricco di sperimentazione e innovazione: l’etnomusicologia, la riscoperta di tecniche musicali antiche, l’elettronica, il pop, le infinite fusioni di generi e tendenze diverse, la musica classica moderna e contemporanea hanno continuamente rovesciato a distanza di pochi anni gli uni dagli altri paradigmi e processi generando  continua ricerca su diversi fronti.

Non da ultimo il jazz che a inizio secolo scorso ha letteralmente rivoluzionato la concezione musicale, reintroducendo l’improvvisazione come elemento creativo fondante, ampliando le possibilità tecnico espressive di molti strumenti (si pensi ad es. agli ottoni, il sassofono, la batteria ), con una costante sperimentazione nei parametri del ritmo, della melodia e dell’armonia determinata dalla grande permeabilità ad altri generi musicali di questa musica.
Il Postmodernismo ha ben messo in luce a fine secolo scorso virtù e limiti di questa babele di linguaggi. I compositori contemporanei oggi sono capaci, e non potrebbe essere altrimenti in un mondo globalizzato, di esprimersi con competenza in stili e generi diversi, facendo della sintesi e della commistione la dote creativa fondamentale, nella quasi impossibilità di muoversi in modo creativo all’interno di un unico codice linguistico senza ricadere nell’accademismo e in un puro esercizio di stile.

Il jazz da far suo ha cercato di sistematizzare e organizzare il materiale musicale in modo sempre maggiore vista la sua diffusione su scala planetaria e la nascita di scuole e accademie a esso dedicate. Dai pionieri della didattica Lennie Tristano e Barry Harris ai numerosi metodi per l’improvvisazione e la composizione (giusto per citarne alcuni Jerry Coker, Hal Crook, Jerry Bergonzi, George Russel, David Baker, Jamie Aebersold, ecc.) in molti hanno proposto sistemi di riorganizzazione del materiale musicale per aiutare l’improvvisatore a gestire il flusso creativo in modo organico.
Spesso in questa ricerca oltre alla semplice trascrizione, analisi e rielaborazione di soli e frasi celebri si sono cercati processi di rielaborazione del materiale: le bebop scales, le scale pentatoniche, l’utilizzo esclusivo di alcuni gradi delle scale musicali, l’utilizzo delle triadi e degli intervalli, concetti e approcci (ad es. Lydian Chromatic Concept) sono solo alcuni degli strumenti proposti in testi e corsi da didatti e artisti.

Nel mio personale percorso di studio e ricerca ho trovato nell’uso degli insiemi (o classi dall’inglese pitch class set) di altezze, sviluppato nell’ambito della serialità a metà del Novecento, con protagonisti tra gli altri il compositore Milton Babbit e il musicologo Allen Forte, uno strumento utile e fertile, capace di sintetizzare molti dei metodi sopra citati e di individuare relazioni e affinità tra materiali musicali diversi.

Come da citazione nell’incipit del filosofo Hans-Georg Gadamer, la teoria analitica degli insiemi non risolve le grandi questioni estetico-artistiche, ma aiuta a vedere meglio quelle che possono essere le relazioni tra diverse altezze e le loro combinazioni possibili.
Nel jazz molti dei metodi sopra citati non fanno altro che suddividere in insiemi organizzati il materiale melodico attraverso l’uso prevalente di volta in volta di pentatoniche, arpeggi, frammenti di scale o estensioni delle stesse (bebop scales o scale sintetiche ad es.). Si pensi ad es. all’idea di voicing nell’armonia jazz, dove un determinato insieme di altezze nei suoi possibili rivolti esprime un colore sonoro spesso utilizzabile in diversi accordi e funzioni armoniche, acquisendo in qualche modo un significato quasi superiore a quello dell’accordo che esprime. L’analogia con gli insiemi di altezze è piuttosto evidente, dal momento che una delle caratteristiche di questo tipo di gestione del materiale musicale è proprio quella di poter analizzare, studiare e sviluppare un gruppo di note in modo estremamente libero, quasi fosse lo stesso materiale a suggerire, date le sue caratteristiche e proprietà, i possibili sviluppi.
Proviamo ora ad analizzare un voicing considerandolo un insieme intervallare.
Il voicing F, B, E, A (fig. 1) può essere usato (fig. 2,3,4) in molti accordi (ad es.G7, Dm6, Db7alt, ecc.).

voicing_2

Per poterlo analizzare come fosse un insieme dobbiamo fare alcuni piccoli passi: il primo è quello di ricondurre il nostro materiale a una sola ottava di riferimento.
Il secondo è quello di ricondurlo in un ordine dove gli intervalli siano distribuiti in un ordine crescente: E, F, A, B (fig. 5).
Il terzo è quello di riordinare il nostro insieme in modo che la distanza tra la prima e l’ultima altezza dell’insieme sia la minore possibile.
Queste operazioni mirano quindi a ordinare il materiale in modo da avere un insieme ordinato in ordine di grandezza e distanza.
A questo punto possiamo trasportare l’insieme in modo da far coincidere la prima nota con la nota do. Il nostro insieme diverrà quindi D, Db, F, G (fig. 6).
Nella teoria degli insiemi per risolvere le confusioni date dall’enarmonia e per meglio valutare le distanze intervallari si sostituiscono i nomi delle note con la successione numerica da 0 a 12: il nostro insieme diventerà quindi 0 1 5 7.

Questo tipo di riduzione consente di raggruppare tutte le possibili combinazioni di altezze in un numero finito di insiemi. Esistono tabelle, anche sul web, che riassumono il totale degli insiemi possibili:

https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_pitch-class_sets

In questo caso il nostro insieme corrisponde al numero 4-16, dove il numero 4 indica il numero cardinale, ovvero la quantità di altezze implicata, e il 16 è l’ordine in cui compare questo insieme tra tutti gli insiemi cardinali di 4 note.

110121 è invece il codice che riassume tutte le possibili relazioni intervallari tra le altezze dell’insieme. In questo caso abbiamo ad es. un semitono, un tono intero, nessuna seconda minore, una terza maggiore, due quarte giuste e una eccedente.

In questo secondo codice che caratterizza un iniseme a ogni numero corrispondono in ordine progressivo gli intervalli dal semitono alla quarta eccedente. Gli intervalli di grandezza superiore vengono ricondotti al loro reciproco, sempre nella logica di ridurre e compattare le altezze in un insieme semplice.
In questo caso ad es l’intervallo di quinta do-sol viene conteggiato come quarta giusta, infatti risultano nella penultima cifra del codice due unità.

Il dato complessivo è quindi:
4-16 (0,1,5,7) [110121]

Il primo è il numero cardinale che ci fornisce la quantità delle altezze e la sua cartegorizzazione, il secondo è la disposizione delle altezze in modulo12 e il terzo il numero e tipo di intervalli che caratterizzano l’insieme.
Queste informazioni sono sufficienti per avere una chiara definizione delle proprietà e potenzialità di qualsiasi insieme.

L’insieme appare piuttosto equilibrato nella sua distribuzione intervallare. A parte la terza minore, assente, e la quarta giusta, due presenze, gli altri intervalli sono rappresentati in modo equilibrato, con una presenza ciascuno.

È interessante presentare in questo senso un insieme sempre di quattro note perfettamente equilibrato dal punto di vista intervallare (fig. 7):
4-15 (0,1,4,6) [111111]
Confrontandolo con il nostro 4-16 emergono evidentemente le similitudini: entrambi sono costituiti dai sue sottoinsiemi  1-2 e 2-2, seconda minore e seconda maggiore. La sostanziale differenza che ne determina la differenza qualitativa nella sua costituzione intervallare è data dalla distanza tra questi due insiemi dove nel 4-15 è una terza minore e nel 4-16 una terza maggiore.
È proprio questa terza minore l’elemento mancante.

Dalla tavola si può osservare anche l’insieme 4-16B. Stesse proprietà, ma diversa natura di altezze. Ecco che quindi la tabella degli intervalli ci può introdurre a relazioni tra materiali musicali apparentemente diversi.

Una volta completata una prima sommaria analisi dell’insieme, si possono applicare all’insieme alcune proprietà che possono modificare l’insieme dato, di cui le principali sono: trasporto, inversione, permutazione e trasformazione.

Gli insiemi si possono inoltre dividere in sotto e sovra insiemi, processo interessante soprattutto per utilizzare questo materiale dal punto di vista improvvisativo.
Ovviamente ogni singolo intervallo di due note può essere considerato un sottoinsieme così il nostro 4-16 contiene sei sottoinsiemi di due note.
Con gli insiemi di tre note la faccenda è leggermente più complessa:
C Db F     0,1,5
C F G       0,5,7   F G C     0,2,7
C Db G     0,1,7  G C Db  0,5,6
Dd F G     0,4,6  F G Db 0,2,8

Per identificare invece i sovraisiemi possiamo partire dal patrimonio intervallare e ad es. cercare tra gli insiemi di cinque elementi quelli che contengono gli intervalli del precedente più uno.
Consultando la tabella ne potrete trovare moltissimi, a testimonianza del potenziale di questo tipo di analisi.

Le proprietà degli insiemi e le relazioni che si possono quindi instaurare tra loro sono molteplici e questo tipo di analisi può essere fertile sia da un punto di vista compositivo che improvvisativo.

La mia prima composizione scritta utilizzando queste nozioni, è stata “Spazio Angusto”.

Questa la partitura:

o1-spazio-angusto-n-fazzini

Il titolo è emblematico del tipo di materiale utilizzato: quattro insiemi di tre note ciascuno, insiemi semplici costruiti sulle prime combinazioni di piccoli intervalli, seconda maggiore e minore e terza maggiore, quindi uno spazio intervallare limitato e apparentemente limitante:

F#, G, Ab
A, Bb, C
Ab, Bb, B
F, Gb, A

Il primo, insieme 3-1, è costituito da una successione a distanza di semitoni.
Il secondo e il terzo hanno un tono e un semitono disposti in ordine inverso, ma nonostante questa apparente diversità appartengono alla stesso gruppo, il 3-2, che ha come codice intervallare 1,1,1,0,0,0.
Il terzo che contiene un semitono e una terza minore è il 3-3.

La prima sezione si sviluppa melodicamente con vibrafono, sax e basso che suonano coralmente la melodia ricavata dall’utilizzo esclusivo delle note dell’insieme.
Il brano è costruito prevalentemente dalla ripetizione di una sezione A di otto misure sviluppata e variata o inframmezzata da sezioni riorchestrate o finalizzate a momenti solistici.
I quattro insiemi sono utilizzati e suddivisi in blocchi di due battute ciascuno.
Il materiale di ciascun insieme è utilizzato in modo seriale: ogni nota di ciascun insieme  è presente, con l’attenzione di evitare la ripetizione di una delle note all’interno di un singolo blocco, in modo da un lato di far percepire sempre il colore complessivo degli insiemi, dall’altro di evitare il più possibile una sensazione di tonalità o di predominanza di un’altezza sulle altre.
Vibrafono, sax e basso seguono rigorosamente questa idea come potete vedere alla lettera A.

Nell’utilizzo delle classi di altezza uno degli strumenti più semplici e interessanti per lo sviluppo melodico è quello del cambio di ottava.
Con insiemi così stretti, che nella loro forma fondamentale si muovono nell’ambito di semitono, tono e terza minore, il cambio di ottava dell’altezza di una nota determina la creazione di salti ampi: settime, seste e none.
Sax alto e basso seguono un movimento contrario in questo senso: dall’alto al basso per il primo e dal basso all’alto per il secondo. Il vibrafono come strumento polifonico sintetizza entrambi questi movimenti.

La composizione si sviluppa in modo più o meno rigoroso seguendo questo schema attraverso processi di orchestrazione, ripresa e variazione della sezione A, assoli e variazioni della formula ritmica, fondata anch’essa sulla presenza del numero 3 con un processo che in qualche modo replica l’idea di insieme a livello ritmico, con un contrappunto ritmico tra la linea del basso e il drum chant della batteria.

Un insieme di tre note offre una possibilità di sviluppo interessante attraverso il tritono come intervallo traspositore e che trasforma il nostro insieme da 3 a 6 elementi

F# G Ab + C Db D
A Bb C + D# E F#
Ab Bb B + D E F
F Gb A + B C Eb

Gli insiemi di sei note hanno un ruolo particolare nella musica seriale perché possiedono delle particolari proprietà, innanzitutto quella di avere un insieme complementare di altre sei note che vanno a completare l’insieme cromatico.

Inoltre da un punto di vista di un ulteriore sviluppo sovra insiemistico si possono inserire altre altezze che riconducono l’insieme a una scala o insieme (a questo punto tutte le scale conosciute possono essere considerate come un insieme) più familiare e caratteristico.
Il primo insieme infatti può essere ricondotto a una scala cromatica, il secondo e il terzo con l’inclusione delle note C# e G a due diverse scale diminuite, in questo caso di otto note, come anche l’ultimo con l’inclusione delle note B e F.

Ci sono artisti nel jazz che hanno usato o usano il materiale in un modo che può essere considerato molto vicino a quello delle classi di insiemi.

In primis Steve Coleman che esplicitamente vi fa riferimento, ad es. utilizza i numeri per indicare le armonie in sostituzione delle sigle e fa riferimento a gruppi di altezze senza relazione chiara accordale o dal punto di vista dell’armonia funzionale. Anche il grande Thelonious Monk sembra utilizzare gruppi di altezze nelle sue composizioni. In temi come Monk’s Mood e Epistrophy è evidente l’uso di un materiale composto di poche note estratte da un contesto accordale o scalare. Anche uno standard jazz come “I’ve got rhythm”  è costruito su un insieme, solo all’apparenza banale. Ma a questa lista si potrebbero aggiungere molti altri brani e compositori, primo tra tutti John Coltrane, che hanno scritto composizioni o sviluppato soli in modo per così dire cellulare e semplice e in qualche modo analizzabile su base insiemistica. Ovviamente la questione non è se questi artisti utilizzassero o meno consapevolmente questo strumento di analisi, cosa della quale dubito,  quanto l’uso che se ne può fare in fase di analisi e sviluppo anche improvvisativo.

Bibliografia e link:

Slonimsky Nicolas – Thesaurus of scales and melodic patterns. Previously published: New York: C.Scribner, 1947

Verdi, Luigi, Diastema 1998 Treviso – Organizzazione delle altezze nello spazio temperato

Andrea Lanza, E.D.T. 1980 Torino – Il secondo Novecento

Steve Coleman: https://m-base.com/essays/

https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_pitch-class_sets

 

 

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“Three Wishes”, da Jazzit News aprile 2014

 

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Intervista Nicola Fazzini e Alessandro Fedrigo “Piazza Verdi” RAI Radio3

 

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Intervista per “La Fabbrica del Jazz”

 

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